SECONDA EDIZIONE RIVEDUTA E CORRETTA CON L’AGGIUNTA DI LIBER ASINORUM
CATEGORIA: ANARCHIA
NUMERO: 2898
Ci sarebbe da riprendere qui la vexata quaestio della difesa in tribunale da parte di anarchici. Ne ho parlato a lungo in altro luogo, e forse più del dovuto, per il semplice fatto che essendo un frequentatore di tribunali mi sono posto il problema, diciamo a partire dal 1972. Anche oggi, e ne è passato di tempo e tante brave persone, fidati compagni e perfino pagliacci provvisti di contrassegno cerchiato, sono sfilati sotto i miei occhi, anche oggi la penso in maniera semplice. Ci sono casi in cui è inutile provare a difendersi in tribunale, casi in cui si è presi sul fatto, in un’azione di attacco che è andata male, e quindi è meglio – sempre a mio avviso, naturalmente – restarsene in galera piuttosto che presenziare a una farsa che ci risulta estranea e assurda. Ma ci sono casi in cui la montatura da parte del potere è non solo evidente, perché questo mezzo repressivo è quasi sempre impiegato contro gli anarchici, ma è anche male pensata e peggio realizzata. Ora, in questi casi, lo scopo stesso della montatura è quello di aggravare la condizione penale degli accusati, cioè fare in modo di tenerci in galera il più possibile, sottraendoci alla lotta che fuori possiamo condurre con maggiore efficacia. È in quest’ultimo caso che occorre farsi sentire in tribunale. Ed è di un caso come questo che parleremo nel presente volume. Togliamo subito di mezzo l’obiezione, più superficiale che stupida, di coloro che per anni ci hanno assordato dicendo che in questo modo “riconosciamo” l’autorità del tribunale, la sua legittimità morale. Minchiate. Noi non riconosciamo niente del genere con la nostra presenza. Accettiamo il fatto che siamo prigionieri di una forza maggiore della nostra, che siamo in una condizione non rivoluzionaria, che non c’è in corso una lotta per distruggere (più o meno definitivamente) il nemico che ci opprime, ma che nonostante tutto ciò non intendiamo venire meno alla nostra scelta di vita, essere anarchici, quindi contrari a ogni forma di autorità, di repressione, di dominio, e tutto il resto, quindi anche a quella forma che prende corpo nell’apparato giudiziario. Parole sprecate, me ne rendo conto. In effetti questi ragionamenti sono talmente elementari che qualsiasi compagno, che non sia obnubilato da deformazioni ideologiche, può farli da sé senza prendersi la briga di leggerli adesso fino in fondo. Eppure si tratta di ragionamenti che è necessario collocare qui, in anteporta a questo libro, perché gli equivoci svolazzano ancora fra gli anarchici, allegramente intenti, alcuni, per carità, non tutti, a sciacquarsi la bocca con le chiacchiere del “processo politico”. Certo, e anche qui sono costretto a prevenire una obiezione da trivio, so bene che tanti non usano queste parole, ma preferiscono gonfiare i muscoli asserendo che nessun tribunale può giudicarci. Il fatto è, però, che i tribunali, con o senza di noi, continuano a giudicarci perché hanno dalla loro parte la forza del dominio, la ragione del più potente, e dalla nostra abbiamo soltanto la coscienza di essere dalla parte della libertà, della rivoluzione, della distruzione di questo mondo di merda, ed è per continuare a essere quello che siamo che occorre impedire, anche ricorrendo a una difesa in tribunale, quel surplus di danno che il nemico vuole infliggerci. Mi rendo conto che per fare questo con un minimo di dignità non basta fare ricorso a quattro affermazioni di principio, di natura biecamente ideologica, con la quale contrastare decisioni altrettanto biecamente fondate sul principio del potere. Non è uno scontro tra verità e menzogna quello che ci interessa, nemmeno uno scontro tra repressione e liberazione, tra dominio e anarchia. Ci interessa soltanto ridurre i danni per ritornare al più presto alla lotta, senza svendere, neanche in minima parte, la nostra coscienza rivoluzionaria e anarchica. Aggiungo che non sempre questa difesa – io preferirei parlare di autodifesa – è possibile, bisogna cercare di capire, fin dalle prime battute processuali, come è composto il fronte del nemico. Molto massimalismo rigido che occhieggia sprovveduto nell’animo di tanti compagni non si rende conto di questo, vede una compattezza e una rigidità in questo nemico che, in effetti, quasi mai è presente. Ecco, cercare di mettere una zeppa logica, e opportunamente motivata, su dati di fatto ricavati da contraddizioni specifiche delle indagini, può essere utile. Nel caso in cui ci si trovi di fronte a una singola persona, quasi sempre si tratta di un GIP, queste possibilità si riducono. Lo stesso si riducono, o si annullano, quando ci si trova di fronte a inquirenti motivati ideologicamente (destra e sinistra si equivalgono). Mi è accaduto di trovarmi davanti due PM (Monti e Rossi) a Parma nel 1980, per l’inchiesta su Azione Rivoluzionaria, e mi sono subito reso conto che davanti alla loro premessa di essere dei “compagni”, e che quindi con loro si poteva parlare liberamente, l’unica soluzione era quella di rifiutarsi di parlare e di tornarsene in carcere non appena possibile. Invece, nel caso che ci occupa, cioè nella prima seduta del processo di Roma per banda armata, ecc., che adesso si è soliti definire “processo Marini”, il primo giorno, non appena entrato nella gabbia della corte d’Assise, ho visto un grosso gatto bianco che scorazzava liberamente in aula. Ora, la presenza di un gatto non è fatto usuale in un’aula di tribunale. Dopo, non appena entrata la Corte, ho visto che il presidente indossava sotto la toga, aperta, un grosso pullover nero pieno di peli bianchi, evidentemente provenienti dal gatto di cui sopra. Subito dopo ho avuto modo di vedere per la prima volta il PM Jonta e il suo aiuto Marini. Ora il primo di questi due accusatori mi dette l’impressione di un uomo piccolo e insignificante, il secondo invece sembrava un attore cinematografico, era vestito con un doppio petto elegante e, cosa notevole, aveva i capelli bianchi accuratamente cotonati. Dopo il primo giorno Jonta non comparve più in aula, evidentemente si rese conto, da persona intelligente, che le cose non potevano andare bene per l’accusa, e lasciò a sbrigarsela il suo aiutante, il non molto intelligente dott. Marini. Comunque fin dalle prime battute mi resi conto che tra il presidente, amante dei gatti, e l’elegantone dell’accusa, non potevano esserci amorosi sensi convergenti, cosa che poi ebbi modo di vedere confermata per tutta la durata del processo. Ora, inserirsi con un’autodifesa, come si potrà vedere leggendo questo libro, aveva, da parte mia, lo scopo di evitare l’accusa di “banda armata”, inesistente, salvo a volere accettare come valida e operativa un’organizzazione creata dai carabinieri del ROS, che avevano inventato l’acronimo ORAI traendolo dal titolo di un paragrafo di un mio articolo (“Nuove svolte del capitalismo”) pubblicato su “Anarchismo”. Nessuna autodifesa risultò invece possibile in appello dove il disegno di condanna a priori e l’accettazione di qualsiasi tipo di contraddizione fu palese fin dal primo momento, quando cioè il Ministero promosse di livello Marini per consentirgli di assumere l’accusa anche nel grado superiore. Ma anche qui, pur condannandomi per la rapina di Roma, non fu loro possibile condannarmi per banda armata e di ORAI quasi non si parlò più. Lo Stato provvederà poi, da par suo, ad aggiustarsi le carte e a impostare le future imputazioni con l’accusa di “associazione sovversiva”.
